La proprietà privata dovrebbe essere uno di quei luoghi che, come ci insegnano i latini, ci ripara dalle intemperie, dai pericoli del mondo e ci dona un rifugio, con la convinzione che nessuno può portarcelo via.
Ebbene, non è così. Il progetto del Ponte sullo Stretto di Messina sta per travolgere 448 unità immobiliari, 5000 persone, 175 famiglie. Perché attenzione, quando è lo Stato a puntare il dito, e quando lo Stato ritiene che la collettività vada oltre ogni proprietà individuale, allora lo Stato scaglia tutto il suo potere coercitivo.
L’articolo 43 della nostra Costituzione prevede che l’esproprio per pubblica utilità sia concesso qualora si volessero costituire opere di servizi pubblici essenziali, fonti di energia, situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.
Ora, premesso che di essenziale non vi è molto in questo caso, si prevedono circa 300 milioni di euro destinati agli espropri e “indennizzi maggiorati” per coloro che verranno sfrattati coi guanti di velluto. Oltre a ricordare con amarezza che si tratta pur sempre di spesa pubblica, e che quindi anche qui è la collettività a pagare le case di queste persone, il problema alla radice della più grande opera di espropriazione della storia italiana è soltanto uno, e cioè che le persone non se ne vogliono andare.
Espropri del Ponte: 60 per cento sono prime case
291 case: 230 nella zona di contrada Margi a Torre Faro, 51 a Contesse, altre 10 in altri cantieri. Il 60 per cento di queste sono prime case. 120 sono poi i negozi e 37 i ruderi. È previsto anche l’abbattimento di due cappelle del cimitero di Granatari, sulla collina di fronte al mare, dove verranno ancorati i cavi di acciaio del ponte. A Villa San Giovanni, sulla sponda calabrese, le case che il progetto punta a espropriare saranno circa 150.
Diverse le voci in protesta, tra cui quella del messinese Eros Giardina, che ai microfoni della stampa ha dichiarato: “Sono un pensionato, ho 75 anni e sono un invalido civile. In tanti, purtroppo, si trovano in questa situazione. Un giorno ci dicono che la nostra casa verrà espropriata, poi ci dicono che forse c’è una speranza. È un vero tormento”.
Poi ancora gli altri residenti: “Non abbiamo intenzione di mollare. Per tutto l’oro del mondo. La nostra casa è lo scrigno dei nostri ricordi e nessuno ce la toglierà”.
Ed è proprio questo il punto. La bellezza di un contratto è l’accordo fra le due parti, proprio per evitare qualsiasi eventuale situazione di coercizione. Gli espropriati, tristemente etichettati così, non hanno questo privilegio; in un mondo in cui si combattono i sistemi più oppressivi in nome della libertà, ecco che il castello di carta crolla in pochi secondi dinanzi a questi episodi.
Segue poi un grave ulteriore problema, che è quello del valore immobiliare. Infatti, con i cosiddetti vincoli “preordinati agli espropri” emanati nel 2003, rinnovati nel 2008 e infine nel 2023 (le volte in cui è sorta l’intenzione concreta di costruire il Ponte), lo Stato ha impedito qualsiasi sviluppo urbanistico. Logico fin qui, se non che la conseguenza diretta di questa manovra è stata la crescente svalutazione del valore delle case. Si può parlare ancora di “indennizzi maggiorati”? Probabilmente no, dato che il generoso bonus equivarrebbe al valore reale dell’immobile.
Qual è il confine della pubblica utilità?
Di recente, le sale cinematografiche italiane hanno proiettato La vita va così, pellicola italiana del regista Riccardo Milani che racconta la vera storia di Ovidio Marras, un pastore sardo che riuscì a far demolire un resort costruito intorno a casa sua dopo aver intrapreso un’azione legale.
Dopo pressioni durate quasi vent’anni, la ditta milanese arrivò ad offrirgli milioni di euro per comprare un vecchio rudere, solo per poter costruire e completare il progetto a cinque stelle. Ma la risposta di Marras fu una e una soltanto: no, questa è casa mia e io non la vendo a nessuno.
Il risultato fu appunto l’ordine dei giudici di demolizione del resort e l’abbandono del progetto, e il pastore morì felicemente nella sua casa.
Ma tutto il piccolo paese sardo si scagliò contro di lui. Il resort, costruito a ridosso di una delle spiagge più belle del mondo, Tuerredda, avrebbe fornito svariate opportunità di lavoro a tutti i residenti che da anni erano costretti a scegliere tra i lavoretti stagionali e l’emigrazione verso mete più produttive.
A differenza del Ponte, l’iniziativa privata avrebbe perlomeno fornito possibilità lavorative continuative, e non un mercato temporaneo dato dalla costruzione e dalle opere di manutenzione. Eppure, il privato ha demolito. Lo Stato invece, continua imperterrito.
La domanda sorge quindi spontanea, e cioè qual è il confine della pubblica utilità? Seppur trattandosi di un’avanzata opera ingegneristica, un affascinante progetto che coinvolgerà esperti da tutto il mondo, bisogna rimarcare un’amara verità: il Ponte sullo Stretto non è mai stata un’infrastruttura essenziale, né per i siciliani, né per i calabresi. Anzi, gli schieramenti “Sì Ponte” e “No Ponte” sono man mano più numerosi, e sono la prova che non siamo di fronte ad una voce unisona che chiede aiuto. Se la proprietà privata oggi vale meno della costruzione di un ponte, allora restano ignote le garanzie individuali che ci rimarranno domani, se non appunto, un rapporto obbligato e di sudditanza nei confronti della collettività.
