Zefiro: La voce controvento

Rotten Big Apple: Zohran Mamdani è il nuovo sindaco di New York

Il primo sindaco musulmano della storia nella città degli Attacchi dell’11 settembre. Volto del socialismo nella capitale della finanza globale.

Il 5 novembre, a New York, hanno vinto la tentazione delle sirene della spesa pubblica, del vangelo della giustizia sociale, della retorica etno-razziale. 

Ha vinto il woke, che intende tassare in maniera differente i quartieri “bianchi” rispetto a quelli di altri gruppi etnici. 

Ha vinto un’invidia sociale che porta a volere soluzioni facili a problemi difficili e complessi.

Zohran Mamdani è, a prescindere da ciò che ne dica chi lo sostiene, l’emblema del populismo. Un ricco che parla di tassare ricchi. Un milionario privilegiato nel vero senso della parola, figlio di una regista famosa in tutto il mondo e di un accademico che si occupa postmodernismo. Nessun impiego, nessuna professione a parte l’attivismo politico. Il destino della Grande Mela è affidato a un uomo che non ha mai lavorato in vita sua.

Un uomo che, forte delle proprie origini, parla alla pancia delle persone, con promesse elettorali degne di un venditore di acqua calda spacciata per elisir di lunga vita. O di Cetto La Qualunque, per fare un paragone cinematografico.

Fa leva su cause che toccano il perbenismo liberal newyorkese, come la guerra a Gaza. Il suo supporto alla questione palestinese lo pone vicino ad altri personaggi della galassia DEM come Ilhan Omar, membro del Congresso USA e forte sostenitrice del programma BDS (Boycott, Disinvest and Sanction) nei confronti di Israele.

Proprio alla la comunità ebraica di New York, la più grande al mondo al di fuori della Terrasanta, va tutta la nostra solidarietà. Da oggi sono in balia di un sindaco che, prima della candidatura, rifiutava di condannare l’attacco terroristico del 7 ottobre 2023. Che rifiutava di riconoscere Israele come lo stato del popolo ebraico. Che ha più volte parlato di Resistenza Palestinese riferendosi, sia pur in maniera indiretta, ad Hamas.

Ma più grave di qualsiasi altra cosa, l’uomo che si è astenuto dal condannare la frase “Globalize the Intifada”, scandita nelle piazze propal di tutto il mondo, specialmente in quelle d’America. Tale inno ha un solo significato: uccidere ebrei dovunque essi si trovino se sostengono lo Stato d’Israele, al fine di concorrere alla liberazione della Palestina “dal fiume fino al mare”.

Bisogna dire che Mamdani ha recentemente detto, in campagna elettorale e sotto pressione dei media, che pensandoci bene ora scoraggia quell’affermazione (non che la condanna, come affermato da molti). Ciò sa molto di atto last-minute per mostrarsi “pulito” agli occhi di un elettorato, quello giudaico statunitense, che è molto diviso tra la propria identità, che nella maggioranza dei casi è legata ad Israele, e il proprio progressismo (storicamente il Partito Democratico ha beneficiato molto del voto ebraico, specie a New York). 

È evidente come la Guerra a Gaza, in un certo senso, abbia unito una città che dagli anni ’90 vota ininterrottamente progressista. Complice la migrazione e l’aumento della sua popolazione di religione islamica e di etnia araba, forse, concentrata a Brooklyn e nel Bronx

Chiaro anche il messaggio da parte della Generazione Z urbana, la quale si è mobilitata in massa e ha espresso in maniera chiara la propria idea muovendo i loro voti verso un candidato giovane, dal volto pulito, capace di unire su cause che li interessano e li toccano, almeno emotivamente.

La fine del Sogno Americano

Un pacchetto di misure radicali “anti-povertà” che faranno scappare la classe media. Questo il programma del primo sindaco musulmano della storia della città.

Dagli affitti congelati per un milione di unità abitative per combattere la gentrificazione agli autobus “fast and free”, veloci e gratuiti, a tasse elevate per la parte più ricca della città (che è già molto tassata) e per le corporazioni. Una misura che, se applicata, si rivelerà suicida e che farà finire, di fatto, il sogno americano, nella metropoli che ne è stata per anni il simbolo vivente. E poi asili nido gratuiti per tutti i bambini dai 5 mesi ai 6 anni, in una città dove l’amministrazione spende già 40 mila dollari per scolaro l’anno come sostegno per le spese educative.

Sembra più una lista dei desideri che non un vero programma elettorale. Mamdani ha contezza del fatto che non esistono evidenze che dimostrano che calmierare i prezzi degli affitti porti benefici? Li porta nel brevissimo periodo. Ma nel lungo periodo l’offerta non riesce a soddisfare la domanda, e la crisi abitativa non fa che acuirsi, perché il numero di case non basta più per tutti. Allora si ha un aumento delle persone senzatetto e, quel che è peggio, una riduzione nella qualità del mercato stesso a causa dell’intervento regolatore dell’autorità.

Il fondo del barile del ridicolo comunque non si poteva che raggiungere con proposte che sanno, francamente, di Unione Sovietica. Nemmeno AVS nella rossa Bologna sarebbe potuto giungere a tanto. Stiamo parlando della sua “public option for food”, ossia della volontà di creare una serie di negozi di alimentari gestiti dal comune, a prezzi calmierati. Una misura che ricorda i tempi bui del comunismo, e che ha un sapore ancor più amaro se si pensa che determinate azioni si svolgono nel cuore del capitalismo globale. 

La domanda che sorge spontanea a chiunque sia dotato di senso critico, al di là dell’idealismo vuoto di chi si ferma alle credenziali e al background del personaggio e che ne vede unicamente un simbolo di un’America “degli immigrati per gli immigrati” (che sono la maggioranza dei suoi elettori, alla fine) come da lui rimarcato nel suo discorso post-vittoria, è la seguente: da dove verranno questi soldi? Stiamo parlando di spese enormi, che necessitano di finanziamenti elevati. Non esiste denaro pubblico, come diceva Margaret Thatcher, ma solo il denaro dei contribuenti che pagano le tasse.

Ora, Mamdani, come detto in precedenza, parla di volersi accanire sui portafogli dei più ricchi della Grande Mela, ossia sui CEO’s e sulle big corporations. Esse, di fatto, costituiscono la spina dorsale dell’economia cittadina (25% del PIL urbano).

A tali fini è necessaria l’approvazione del Governatore dello Stato di New York, Kathy Hochul (DEM) la quale, pur avendo dato, il suo endorsement al neoeletto indiano-ugandese, ha già fatto sapere che non approverà misure che faranno scappare i miliardari dall’epicentro economico del paese.

E allora da chi prendere quei soldi? 

La risposta, mi pare ovvia, è la classe media. Ossia coloro i quali, pur benestanti, non sono né miliardari né, spesso, milionari. Quelle famiglie americane lavoratrici, impegnate, attive, spesso progressiste, che il sogno americano ha fatte fiorire e prosperare. Su di loro, per mera questione di calcolo di gettito fiscale, si concentrerà la scure di Zohran Alcoran. Su azioni nei loro confronti, e l’abbiamo visto in California, l’amministrazione statale non avrà nulla da ridire.

Sarà spassoso e al tempo stesso amareggiante assistere, esattamente come avvenuto nel Golden State, all’esodo di centinaia di migliaia di persone. Gente che per secoli hanno costruito la loro vita e la loro esistenza, grazie ad amministrazioni amiche dell’impresa e dell’iniziativa privata, in un luogo che, con la fatica e con il sudore della fronte, ha dato a tutti la possibilità di provare ad essere qualcuno. 

Non poteva mancare, ovviamente, nell’ottica di “contrastare le discriminazioni” la riduzione dei fondi verso il NYC Police Department. “Defund the police”, ma anche “Dismantle the police” sono solo alcuni degli slogan più usati dal nuovo sindaco quando era ancora un giovane attivista a capo delle manifestazioni che, periodicamente, si verificavano in città. Non a caso il messaggio di Zohran non è attecchito tra i più poveri, ossia tra chi ha un reddito inferiore ai 30 mila dollari. Si tratta delle persone che più vivono a stretto contatto con una città che, anche a causa dell’integrazione forzata che lo stesso Mamdani rappresenta e persegue, è affetta cronicamente da criminalità e insicurezza.

Durante la campagna elettorale ha negato di voler porre fine al Dipartimento di Polizia, rimangiandosi parte delle posizioni più radicali che aveva prima di candidarsi. Si prevede però che, anche in ragione delle mille e dispendiose promesse fatte ai suoi concittadini, dei tagli verranno fatti.

Cambiamenti, stravolgimenti e il ruolo di Trump

Prudenza, occorre, nel leggere la vittoria di Mamdani. Essa, pur notevole, si è verificata in una città storicamente democratica e progressista, dove alle scorse Elezioni Presidenziali Kamala Harris ottenne il 70% dei suffragi. Un dato interessante è relativo all’affluenza: solo il 39% degli aventi diritto si è recato alle urne. Un aumento notevole, di circa il 16%, che non si vedeva dal 2001 ma si tratta comunque di una percentuale relativamente bassa. Il nuovo sindaco ha ricevuto all’incirca 1 milione di preferenze, il 50% dei voti totali. Stiamo parlando, però, del 20-22% di tutti gli aventi diritto. Ed è, soprattutto, un calo relativo significativo se consideriamo il risultato dei DEM alle Presidenziali dell’anno scorso.

Evidente appare a tutti un cambio di rotta epocale, almeno all’apparenza, all’interno della struttura del Partito Democratico.

Dopo anni di centrismo, di ambiguità, di crisi identitaria tra correnti, sembra che quella socialista, capitanata da personaggi come Alejandra Ocasio Cortez, Bernie Sanders e la già citata Ilhan Omar, stia per assumere il sopravvento nei confronti di una leadership stanca e provata dalla disastrosa e impopolare presidenza Biden e dalla sconfitta della Vicepresidene Kamala Harris alle elezioni dell’anno scorso. Interessante sarà osservare il modo in cui tale svolta in seno al centrosinistra d’oltreoceano si tradurrà in fatti a livello federale alle prossime Primarie di partito. 

Il volto della left americana potrebbe cambiare per sempre, e con ciò saranno irrimediabilmente ridefiniti gli equilibri politici anche in relazione al Grand Old Party, che si troverà a un bivio: attrarre moderati delusi dalla svolta illiberale del “partito dell’establishment” (com’è stato dipinto per anni il Partito Democratico) oppure radicalizzarsi ulteriormente perdendo così un’occasione epocale per mostrarsi come faro di buonsenso in un paese sempre più diviso da una polarizzazione che trova in questa amministrazione un sintomo, ma che radici ben più profonde e del tutto trasversali.

Il cambio di rotta si vede anche nello stravolgimento, prevedibile ed evidente, nell’epicentro della prosperità e della ricchezza negli USA. L’East Coast, da sempre aperta al mondo e ai mercati, attraverserà un periodo di stagnazione e di depressione economica frutto di politiche sempre più collettiviste. Gli stati a guida repubblicana, come il Texas, l’Arizona, la Florida, l’Oklahoma, il Nevada e l’area del Midwest, sono quelli dove si è concentrata la fuga dalla California, stato che si sta spopolando di manodopera.

Le misure proposte da Mamdani, se adottate nella capitale economica globale potrebbero avere effetti ancor più netti nel ridefinire la mappa della produzione di ricchezza negli USA.

E poi c’è lui, il Presidente degli Stati Uniti. Donald J. Trump. Le Elezioni di Mediotermine si avvicinano, e la sua popolarità è, secondo molti analisti, ai minimi. La debacle alle urne verificatasi in ben due stati proprio oggi, New Jersey e Virginia (entrambi hanno eletto governatori Democratici) non fa ben sperare, se letta contestualmente all’elezione di Mamdani a New York. 

L’inquilino della Casa Bianca ha già promesso che, in caso di vittoria del giovane socialista in quella che è, poi, la sua città natale, avrebbe tagliato i fondi federali alla stessa. Parole forti, le ultime di una serie di affermazioni che, viste col senno di poi, potrebbero aver contribuito al suo trionfo di ieri. Semplice errore di comunicazione frutto dell’avventatezza che contraddistingue il Presidente?

Oppure, in fondo, il Tycoon sperava che Zohran venisse eletto?  In fondo, è in preda a critiche feroci dall’inizio del suo secondo mandato. Il paese è in shutdown. Le proteste del “No Kings day” hanno mostrato come metà dell’America lo odi. Il clima politico che ha fatto seguito all’omicidio di Charlie Kirk, astro nascente della destra americana, e l’indegna reazione presidenziale, mettono in luce un radicalismo e una divisione sempre più forte nella società d’oltreoceano. 

E se Zohran Mamdani, giovane, carismatico, idealista, radicale, ma inesperto, sia l’ennesimo tirapugni usato da The Donald e dal suo partito per demonizzare, in senso politico, gli avversari, e galvanizzare la propria base? Staremo a vedere. 

Una cosa è certa: tra ieri e oggi in America si è fatta la storia. L’elezione di un musulmano nella città che ha subito il peggior attentato terroristico di matrice islamista della storia simboleggia una cosa sola:

Niente sarà più come prima. 

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