Zefiro: La voce controvento

Bataclan, dieci anni dopo: la memoria che non insegna

A dieci anni dagli attentati che hanno sconvolto Parigi, il fondamentalismo islamico è più silenzioso, ma si espande a macchia d'olio come un virus. L'Europa di oggi sembra però volersi girare dall'altra parte

Dieci anni fa Parigi era in ginocchio. Il 13 novembre 2015 il virus del fondamentalismo islamico contagiava le strade della capitale giustiziando i kuffar, gli infedeli, e regalando tristemente alla Francia di François Hollande il primato di aver subito l’attentato terroristico più letale della storia europea dopo quello di Madrid del 2004.

132 le vittime in sole 4 ore di operazione coordinata dai commando dell’Isis, il terrore non si concentra in un luogo, è capillare. L’amichevole Francia-Germania allo Stade de France rappresenta l’occasione perfetta per uccidere il più alto numero di europei possibili. Ma il piano va storto, e i tre attentatori non riescono ad entrare. La fede e l’ossessione per il martirio non bloccano però le loro intenzioni, e poco dopo si fanno esplodere causando una vittima civile.

Al via le danze del terrore. Il secondo commando jihadista si dirige al 10/o e 11/o Arrondissement, le zone dei bar parigini più in voga e frequentate dai giovani del centro. A bordo di vetture poco appariscenti e muniti di kalashnikov, gli attentatori sparano all’impazzata verso le vetrine e i tavolini dei bar. Tra i ragazzi c’è chi, colpito dai proiettili e steso a terra con la faccia sul cemento, dichiarerà di guardare negli occhi il proprio fidanzato a pochi metri di distanza cercando una rassicurazione, ma accorgendosi poco dopo che il corpo esanime si aggiunge alla lista che solo in quelle vie conterà circa 40 vittime. La maggior parte di loro sono giovani, coppie e gruppi di amici, che da un momento all’altro di un normale venerdì sera si sono ritrovati con un demone ancora più cattivo da combattere per il resto della vita: il trauma.

Ma è il terzo commando a compiere la carneficina più numerosa. Gli Eagles of Death Metal, band garage rock statunitense, stanno suonando al Bataclan, un piccolo locale che ospita concerti sull’11/o Arrondissement, a pochi metri dai locali colpiti.

La musica è alta e la gente si diverte. Cantano, ballano, pogano e si sentono liberi. Mentre Jesse Hughes, il chitarrista, intona il brano Kiss the Devil, ma non sa che in pochi secondi il diavolo entrerà davvero da quella porta. I primi spari vengono confusi con i colpi di rullante, ma poco dopo i 1500 spettatori capiscono cosa sta succedendo. “Allah Akbar”, Allah è grande, così grande che per dimostrarlo 90 persone vengono uccise a sangue freddo in pochi minuti. Le scene sono raccapriccianti. Le persone tentano di fuggire e si rifugiano nei camerini, nei bagni, e alcuni persino dietro ai banconi del bar. C’è chi riesce ad avere la meglio, e chi invece provando a fingersi morto viene ingannato dalla vita con lo squillo del cellulare, che attira i terroristi per subire il colpo di grazia. I sopravvissuti racconteranno che il tragitto per uscire dal locale era strano al toccare delle suole, accorgendosi in un secondo momento che il linoleum del Bataclan era diventato un tappeto di cadaveri.

Tra scontri armati con le forze speciali francesi e esplosioni suicide morirono 12 dei 13 attentatori. 13 persone armate sono bastate a creare tutto ciò. L’unico sopravvissuto è Salah Abdeslam, divenuto simbolo del male e condannato all’ergastolo al processo descritto magistralmente da Emmanuel Carrère nel libro inchiesta V13. Abdeslam era pronto per sferrare una raffica di colpi sui clienti della pizzeria Casa Nostra, in particolare verso la studentessa italiana Barbara Serpentini, quando il fucile si inceppa e abbandona il luogo a bordo di una Seat nera.

Dieci anni dopo: cosa resta degli attentati

Dieci anni dopo rimane lo sgomento, la tristezza e l’amarezza per le vittime, che in un modo o nell’altro siamo un po’ tutti noi, sono i nostri vicini di casa che una sera decidono di uscire per non tornare mai più. L’Isis ha poi rinunciato all’Europa in queste modalità, abbracciando gli attentati più semplici e meno vistosi con armi bianche in mezzo alle piazze e sfruttando ciò che prima era più difficile fare: radicalizzarsi in trasferta. Diversi attentatori provenivano da Molenbeek, famigerato quartiere di Bruxelles famoso per essere una delle culle europee del fondamentalismo islamico. Il piano per loro era semplice. Partivano per la Siria, si radicalizzavano nel cuore del Califfato, e tornavano in Europa per farsi esplodere. Un piccolo dettaglio sfugge a chi racconta questa vicenda, e cioè che Abdeslam e compagnia sono sempre passati indisturbati per l’Italia durante il viaggio per compiere il martirio. Non sono mai stati fermati né controllati. 

Nulla di cui stupirsi conoscendo in poche righe la storia repubblicana, con provvedimenti come il lodo Moro, accordo classificato fatto dall’allora Primo Ministro Aldo Moro tra lo Stato italiano e i terroristi palestinesi dell’FLFP. Il patto consentiva libertà di transito e non intervento verso i militanti palestinesi sul suolo italiano a patto che l’Italia stessa non fosse vittima di attentati. Il tipico coraggio democristiano.

Dieci anni dopo il terrorismo è più silenzioso. Echeggia nelle moschee abusive e sui gruppi Telegram, si organizza e si prepara per colpire di nuovo, di nuovo e di nuovo ancora. L’Afghanistan è terra di nessuno, e per la prima volta Isis e Al Qaeda si addestrano insieme, perché probabilmente hanno capito che la guerra non è tra fratelli musulmani, e che il nemico è sempre e solo colui che non professa l’Islam. Ma questo ai media europei non interessa.

Il mondo punta gli occhi soltanto su Gaza, e tralascia i contesti che prima o poi toccheranno noi in prima persona. Kabul è una pentola a pressione, e quando gli Shuhada, i martiri, saranno addestrati e pronti a colpire l’Europa nuovamente, ecco che ci scoppierà in faccia con il classico stupore di chi mai si sarebbe aspettato che un fondamentalismo religioso arrivasse a compiere atti del genere.

L’Europa di oggi e i terroristi di ieri

Di certo il contesto interno europeo non aiuta. Circolano sui social video di poliziotti inglesi che compiono arresti su arresti per motivazioni che rimandano ad un sistema in cui vige la Sharia. Uno dei più celebri sul web è il fermo di un cittadino britannico che vede piombarsi le forze dell’ordine in casa propria nel cuore della notte per aver postato una foto che offendeva Hamas. A quanto pare a Londrastan non è più consentita la libertà di espressione. 

Dieci anni dopo, il risultato è che i terroristi hanno preso il controllo della Siria, e colui che era a capo di un gruppo affiliato ad Al Qaeda ora è il nuovo Presidente dopo un colpo di stato, siede in giacca e cravatta nello Studio Ovale e fa battute con Donald Trump come se nulla fosse, mentre alawiti e drusi vengono perseguitati e massacrati. Assad era un dittatore e un grande problema per la Siria, ma il sospiro di sollievo tirato dall’Occidente con l’arrivo di al-Sharaa e tutta la sua squadra di jihadisti resta ancora un mistero da svelare.

Il problema dello Stato e del potere politico

Nel mondo che vorrei, la soluzione risiederebbe comunque nei principi del libertarismo, in particolare nella direzione anarcocapitalista, in cui l’assenza del potere politico e la pronta difesa armata degli individui scoraggerebbe la creazione, o comunque la sopravvivenza, di un potere religioso pronto ad imporsi per stabilire un governo. Al contrario, sarebbe proprio grazie alla mancanza dell’autorità statale che la cooperazione interreligiosa verrebbe più semplice e talvolta propensa esclusivamente al bene degli individui, seguendo logiche di mercato concorrenziali con lo scopo di attirare più fedeli possibili.

Certo è che, nella nostra società odierna, ahimè, ciò non appare possibile, e nel sistema più pericoloso in cui viviamo regna l’indifferenza di fronte ad imposizioni violente di questo tipo. Tuttavia, il faro della libertà, che dovrebbe rimanere perennemente acceso e illuminare tutti coloro che mettono piede sulla nostra terra, emana ormai una luce fioca, una luce che chiede aiuto per la difesa dei sacri principi.

Dieci anni fa abbiamo pregato per Parigi, abbiamo pregato per la Germania e per gli attentati silenziosi ma efficaci. Non vorremmo mai essere costretti a pregare per l’Europa intera.

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