Zefiro: La voce controvento

Francesca Albanese: Cattiva maestra

Dopo l’assalto alla redazione de La Stampa da parte dei propal la giurista Francesca Albanese tuona: “condanno, ma sia monito”. Ma i moniti, in un paese normale, dovrebbe iniziare ad averli lei dalla società civile.

Francesca Albanese. 48 anni. Professione: Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi. Laureata in giurisprudenza. Ha un marito, Massimiliano Calì, funzionario presso la Banca Mondiale e per diversi anni consulente presso il Ministero dell’Economia Nazionale dell’ANP, a Ramallah.  2 figli. Segni particolari? La presenza mediatica. Dopo lo scoppio della Guerra a Gaza Albanese, che ricopriva il suo mandato presso l’ONU da un anno, è diventata una figura di grandissimo risalto a livello internazionale, ospitata in tutte le televisioni e in tutti i principali programmi di approfondimento politico e geopolitico. 

Ferma sostenitrice della “causa palestinese” (in senso molto lato, e vedremo meglio perché), è considerata, com’è noto, una delle voci più forti in favore della narrazione anti-israeliana. Forte del suo prestigio, derivato sia dalla sua posizione che dal suo innegabile carisma e magnetismo, la dottoressa, nativa di Ariano Irpino ha man mano assunto posizioni sempre più forti e ossessive, nel sostenere quella che, nella sua visione, è la narrazione giusta: Israele starebbe, con la complicità dell’Occidente (Europa e USA) commettendo un genocidio nella Striscia di Gaza, e farebbe tutto parte di un piano studiato a tavolino da anni da parte dei governi di Israele con la volontà chiara e lampante di distruggere la “Palestina”, privando della libertà e dei diritti fondamentali il suo popolo. 

Chi scrive non nega e non ha mai negato la sofferenza della popolazione civile di Gaza, né le ingiustizie legate alla mancanza di una soluzione tangibile, dovuta anche e in larga parte alla presenza di colonie di estremisti religiosi (e non solo) in Cisgiordania. E le condanna con forza.

Né sarebbe opportuno, a nostro dire, sollevare polveroni davanti a chi, la situazione, ha avuto modo di approfondirla anche in virtù del ruolo che ricopre. 

Ma se chi, in una posizione di massimo prestigio che dovrebbe essere sopra le parti, si dimostra essere della massima parzialità, la polemica è ovvia e necessaria. Tuttalpiù se quella stessa persona, che ha un seguito e una risonanza mediatica impressionanti, si rende protagonista di uscite inqualificabili e svilenti della natura stessa delle Nazioni Unite, che essa stessa rappresenta

Francesca Albanese non è una persona imparziale, e non ha alcuna intenzione di nasconderlo. “Non posso”, ha affermato in più occasioni, “essere equidistante in una situazione che equidistante non è, davanti a un genocidio”. 

Genocidio che non è dimostrato da nessuno, la cui natura è dibattuta tra gli esperti internazionali e il cui uso in senso politico per la situazione corrente rappresenta una delle più basse forme di strumentalizzazione del ventunesimo secolo. 

Nessuno impone equidistanza alla dottoressa Albanese. Ma sarebbe opportuno, per il ruolo che ricopre, che lo fosse. Non lo è, dunque è imprescindibile, per il bene della comunità internazionale, che si dimetta.

Il meglio del peggio di F.A

Come dimenticare la testarda e del tutto ideologica volontà della Relatrice di smarcarsi dal definire Hamas organizzazione terroristica e dal condannarne non solo le gesta, ma anche gli scopi. Hamas, che nel suo statuto espone chiaramente la volontà di voler distruggere lo Stato d’Israele. Albanese si ostina a definirlo partito politico che “compie azioni terroristiche tramite il suo braccio armato”. La ragione, singolare, sta nel fatto che la “comunità internazionale” non lo riconosce in tal senso. Certo, i veti di paesi come Iran, Cina, Russia, Arabia Saudita e membri del mondo arabo e islamico impediscono che ciò si verifichi, per una questione di rapporti di forza nell’Assemblea Generale.

Ma allora perché allo stesso modo la stessa Albanese parla di genocidio nella Striscia di Gaza, laddove non è riconosciuto ufficialmente da alcun tribunale internazionale? 

Come dimenticare la mancanza di vergogna della giurista, a cui sono state concesse tante cittadinanze onorarie nel nostro paese da parte di amministrazioni progressiste, nel negare che ci siano prove degli stupri delle donne israeliane nell’attacco terroristico del 7 ottobre 2023? Sul senso di dignità dei sindaci di centrosinistra che le hanno concesso e che le stanno concedendo questi riconoscimenti si potrebbe discutere per ore.

Ma quella della diretta interessata…è mai esistita? 

Può definirsi degna di riconoscimento una persona che adotta un doppio standard palese nel ritenere fuorvianti rapporti autorevoli, come il cosiddetto Dinah Report, ma che al tempo stesso reputa come verità scritta nella pietra i bollettini che giungono dal Ministero della Sanità di Gaza, organo controllato da Hamas, nell’ambito delle morti di civili nella Striscia?

Come dimenticare la naturalezza con la quale Albanese ha sempre evitato di rispondere nel merito circa le inchieste portate avanti dall’ONG UN Watch circa i finanziamenti e le sponsorizzazioni che avrebbe ricevuto, nel corso di un viaggio in Australia e in Nuova Zelanda avvenuto nel novembre 2023, da parte di gruppi quali l’Associazione Australiana degli Amici della Palestina (AFOPA), la Free Palestine Melbourne (FPM) e Palestine Christians in Australia (PCIA), tutti ritenuti vicini ad Hamas? 

In che modo dimenticare la naturalezza con la quale Francesca Albanese ha sempre evitato di negare di essere un’antisemita, davanti alle accuse provenienti da varie associazioni, ebraiche e non, in svariate interviste che ha ricevuto?

Come dimenticare l’abbandono, in modo stizzito e infastidito, degli studi della trasmissione “In Onda” su LA7 lo scorso 5 ottobre nel momento in cui Francesco Giubilei si permise sommessamente di citare la senatrice a vita Liliana Segre?

In che modo dimenticare la sfacciataggine con la quale la paladina dei diritti umani Francesca Albanese ha messo in riga il sindaco di Reggio Emilia Marco Massari, del centrosinistra, dopo che questi, durante il conferimento delle chiavi della città lo scorso 28 settembre, aveva osato parlare della necessità, tra le altre cose, di riportare a casa gli ostaggi israeliani? “La perdono signor sindaco, però” lo ammonì con falsa compiacenza la non avvocatessa Albanese davanti alla cittadinanza che inveiva contro il suo primo cittadino insultandolo. In quella stessa occasione la giurista dichiarò della necessità di dover “comprendere le azioni dei terroristi”.

Al peggio non c’è fine

Il fondo del barile della vergogna nel quale si è trascinato lo scontro politico in materia Francesca Albanese, che va in giro per l’Italia in compagnia di Greta Thunberg ballando allegramente per le piazze pavoneggiandosi del suo riconoscimento pubblico e della posizione assunta nella società civile, si è toccato lo scorso 28 novembre. In tale data, come è noto, la redazione del quotidiano torinese La Stampa è stata data all’assalto e messa a soqquadro da parte dei manifestanti propal. 36 i fermati, in gran parte appartenenti, secondo la DIGOS, a gruppi estremisti di sinistra come Askatasuna.

La motivazione del raid squadrista è da cercarsi nella complicità, presunta, del giornale nella cattura ed espulsione di Mohammed Sahin, Imam di Torino condannato in Appello a tale misura a causa della sua vicinanza a gruppi terroristici islamici. Il religioso, molto vicino alla causa palestinese e conosciuto per aver legittimato pubblicamente l’attacco terroristico del 7 ottobre 2023, era il beniamino di gran parte del sottomondo antagonista torinese e piemontese. Ha ricevuto la solidarietà cieca e ferma di diverso esponenti del clero progressista, come il vescovo di Pinerolo Derio Olivero, e l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra Ilaria Salis. 

Cosa c’entra con questa faccenda Francesca Albanese? Com’è noto la Relatrice speciale per le Nazioni Unite ha dichiarato pubblicamente di condannare la violenza, ma “che sia da monito perché i giornalisti facciano bene il loro lavoro”

Ora, qualcuno potrebbe dire alla signora che questo modo di gettare benzina sul fuoco dopo un fatto del genere, condannato da (quasi) tutte le parti politiche con la stessa intensità e da buona parte della società civile, sia deleterio anche per lei. Se un domani, infatti, qualcuno la aggredisse, o le arrecasse in qualche modo danno, chi le si oppone potrebbe, in maniera che definisco vigliacca e meschina (esattamente come la sua), dire che “condanna ma che sia da monito a giuristi dalla dubbia imparzialità e professionalità”.

Tuttavia mi riserbo di dire alcunché in tal senso. Saremmo disonesti intellettualmente come redazione se, dovendo criticare quanto detto da Albanese, ci mettessimo al suo stesso livello. 

Denota, dalle parole della giurista, un senso di superiorità morale che è tipico di una fetta di questo paese. Stesso modo di ragionare di chi va in televisione a gridare che non ci deve essere contraddittorio a una certa narrazione, di chi va nelle università a decidere chi deve parlare e chi deve tacere, perché “sionista”.

È ciò, davanti al clima di intolleranza che si respira nelle piazze e nelle università, a mettere più tristezza. Fa piacere, anche se con una vena di amarezza, che certi esponenti di quella stessa parte politica che si ritiene moralmente superiore, stia prendendo le distanze in maniera pubblica dalle parole, indegne, della giurista, assurta fino a ieri a icona pop del mondo pseudo progressista. In ogni caso è una presa di coscienza tardiva e, spesso, di comodo. Di certo non unanime e, spesso, affatto sincera.

Evidente, più che mai oggi, che certi cattivi maestri, più o meno incoscienti del loro malsano esempio, sono sempre duri a lasciare la scena pubblica. Sono quelli che fanno più rumore, che provocano più scalpore nell’opinione pubblica, che ama essere polarizzata. 

Francesca Albanese è, indubbiamente, tristemente, una di questi. 

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