Zefiro: La voce controvento

La strategia di Trump da Caracas a Teheran

Mentre nello scacchiere internazionale la pace in Ucraina è in stallo la Casa Bianca mette pressione ai BRICS nei loro ventri molli: il Venezuela socialista e l’Iran islamista. Europa non pervenuta. Netanyahu cauto ma assertivo. Pechino e Mosca in allerta massima.

È accaduto in una notte, nel silenzio e nella quiete; le avvisaglie le avevamo da mesi, con la Guardia Costiera, l’Aviazione e la flotta degli Stati Uniti che sequestravano e affondavano navi e vessilli accusati pubblicamente di fare la spola per il trasporto di sostanze stupefacenti. 

Come tutti sanno Nicolas Maduro, dal 2013 dittatore del Venezuela dopo la morte del suo predecessore, Hugo Chavez, è stato catturato con la moglie in una spettacolare operazione che ha visto la collaborazione di intelligence, esercito e Marines, avvenuta lo scorso 3 gennaio tra le 02:00 e le 04:00 del mattino, ora di Caracas

Il Caudillo rosso, sulla cui coscienza pesa la vita di 39.000 morti ammazzati e di migliaia di prigionieri politici, sarà processato a New York con vari capi d’accusa tra i quali annoverano associazione a delinquere per importazione di sostanze stupefacenti, sostegno e supporto al narcotraffico internazionale, traffico e detenzione d’armi d’assalto. 

L’azione, alla quale ha preso parte anche la famigerata Delta Force (già nota per la cattura del Presidente panamegno Noriega nel 1988) è stata duramente condannata da vari organi, ONU in primis. 

In effetti il blitz, chirurgico se messo a paragone con azioni simili, è manifestamente contrario al diritto internazionale, in quanto non gode di regolare mandato del Consiglio di Sicurezza

Né è stato autorizzato dal Congresso degli Stati Uniti, il cui Senato ha approvato, lo scorso 8 gennaio, una misura che impedirebbe al Presidente di condurre operazioni militari in maniera arbitraria e senza consenso dell’organo legislativo federale. 

L’iniziativa, promossa dall’opposizione Dem, è passata grazie alla defezione di diversi senatori repubblicani più ostili alla linea del Tycoon

Si attende ora, nell’incertezza, il voto della Camera dei Rappresentanti.

Se le voci critiche in patria sono state eminenti, anche in seno al GOP, all’estero gli analisti e i politici si sono sprecati con letture di vario tipo: Trump sarebbe un pazzo che agisce per vanagloria, senza visione né strategia, uno spericolato che non pensa e che fa politica estera sulla base di capricci. Questa è, naturalmente, l’analisi più semplice. Spesso dettata da un moralismo che rasenta il fanatico.

Il suo modo di agire e di fare diplomazia sarebbe quello di un’agente di borsa, spregiudicato e “affamato”. Divora chi gli sta davanti, usa tutta la forza di cui dispone. Ribalta, di fatto, tutte le regole del gioco. Compreso il Diritto Internazionale

Lo fa in un mondo che, con la guerra in Ucraina che da 4 anni attanaglia le vite di milioni di persone, non è più quello dei pesi e contrappesi venuti a formarsi dopo la caduta del Muro di Berlino. 

Un sistema mondiale in cui il multilateralismo ha fallito, miseramente. Chi accusa Trump di sputare sopra al diritto e di essere colui che sta distruggendo il sistema di relazioni e di equilibri tra potenze non si rende conto che essi sono saltati da tempo. Le stesse persone che, ancora intorpidite dalla stagione degli anni ’90, hanno accettato placidamente e senza fare troppe storie gli interventi americani Afghanistan nel 2002 e poi in Iraq nel 2003.

E infine, ad opera del Nobel per la Pace Barack Obama, l’operazione per decapitare il regime di Gheddafi in Libia. Atto militare della NATO del quale l’Europa ha subito le conseguenze più gravi in termini di instabilità in una regione, il Nordafrica, vitale dal punto di vista energetico e delle rotte commerciali. 

L’UE non ha una sua visione geopolitica, questo è chiaro a chiunque. Una pseudo-federazione guidata da tecnocrati non eletti, ostaggio per anni di élite globaliste e dei ricatti e delle follie di certe componenti politiche, che hanno imposto il loro vangelo verde, con conseguenze enormi sulla de-industrializzazione e sulla perdita di influenza concreta delle nostre economie sullo scenario globale. Sistemi produttivi e catene di approvvigionamento sempre più dipendenti dal mondo, da chi detta veramente le carte del gioco. Non noi.

Sia sul piano economico che, indirettamente e per questione di rapporti di causa effetto, energetico. Ultimamente ci siamo anche resi conto di non disporre di granché dal punto di vista della difesa, che dipende ancora in larghissima parte dall’egida dell’uomo di Washington e dal suo arbitrio. 

Eppure dettiamo sentenze. Ci indigniamo. I nostri leader hanno anche la faccia tosta di dire la loro. Loro, che non hanno una linea comune nemmeno sull’atteggiamento da adottare davanti alla guerra russo-ucraina. Che sulla questione dei dazi hanno subito, per paura di trovarsi scoperti sul piano della difesa. Loro che hanno armato Kiev quando governava Biden parlando di difesa del diritto fino alla vittoria finale, oggi si accontentano di osservare passivamente le trattative decise dai signori Witkoff e Lavrov

Costoro, che non hanno alcuna linea geopolitica, vorrebbero spiegare all’uomo più influente del mondo quali sono le priorità dell’Occidente

A cosa punta davvero Trump: indebolimento della Cina

“Trump vuole il petrolio del Venezuela”. Questo è il mantra che si sente da giorni ai TG e nei salotti.

Lo ha fatto solo per questo, ci dicono tutti. Vuole solo sfruttare senza costruire. La vecchia retorica dell’imperialismo americano fa sempre comodo e si tira fuori sempre al momento giusto. 

Evidentemente certi attivisti e politicanti preferivano che a sfruttare e impoverire Caracas fossero Cina, Russia e Iran, con i loro imperi segreti e le loro flotte ombra. Del resto, se costoro danno del bugiardo a Donald Trump dalla mattina alla sera, di certo non stentano a credere alle sue parole quando questi afferma ciò che costoro vogliono sentirsi dire. 

Il Presidente ha, nella sua conferenza stampa dello scorso 4 gennaio, affermato che le compagnie statunitensi vogliono arricchirsi col petrolio venezuelano. È questo il motivo, lui l’ha detto. E per ben 27 volte nel corso dell’informativa alle testate globali. Dev’essere vero, sicuramente lo sarà.

Davvero troppo complicato andare oltre lo stile comunicativo, le apparenze, il teatrino mediatico

Troppo difficile comprendere la natura dell’azione e le sue vere cause e motivazioni, proprio nel periodo in cui i diplomatici americani e russi cercano una quadra per il cessate il fuoco in Ucraina e per un assestamento della situazione, ridefinendo i rapporti e ristabilendo, di fatto, un nuovo ordine mondiale fondato, come all’epoca della Guerra Fredda, su aree di interesse e di esclusiva operatività. 

Un mondo multipolare, che vede tramontare definitivamente il sogno della PAX AMERICANA sulle nazioni…ma che forse vedrà un freno alla scalata dei BRICS, proprio grazie all’azione del Tycoon

Con il colpo di mano del 3 gennaio gli USA hanno, in un giorno solo, messo le mani sulla principale riserva petrolifera mondiale, sottraendone il controllo alle mire di Mosca e, soprattutto, di Pechino

Il greggio venezuelano è ricco di zolfo, e richiede costose lavorazioni di raffinamento. Gli impianti del paese però sono vecchi e del tutto obsoleti, frutto di una gestione criminale da parte del regime chavista, sul quale avremo modo di approfondire. Ci vorranno anni prima che si possa iniziare ad estrarre e a far fruttare i proventi dei giacimenti, questo hanno fatto sapere i CEO di ogni grande multinazionale estrattiva statunitense. I finanziamenti che Washington promette sono sul piatto, ma non sono nulla di concreto fino allo sbriglio delle trattative.

Qualcuno sostiene, al netto delle condizioni dettate dall’Amministrazione americana al governo di Caracas di indire elezioni libere, trasparenti pluraliste, che a Trump della democrazia non interessi. Nella stessa conferenza stampa del 4 gennaio ha liquidato in maniera sbrigativa l’idea che Maria Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana anti-Maduro, possa rappresentare un’alternativa concreta al regime. 

L’aver lasciato la vicepresidente bolivarista Nancy Rodriguez in carica e l’essersi messo in contatto con lei per delle trattative bilaterali parrebbe dar forza a tale tesi.

Ma allora a cosa è servito destituire il Caudillo rosso?

La risposta si trova sia nella vecchia Dottrina Monroe, che in quel di Washington qualcuno aveva scordato, sia nella teoria del contenimento nell’ambito dei rapporti di forza tra potenze. Gli Stati Uniti hanno tradizionalmente considerato l’America Latina il loro giardino di casa, funzionale alla propria linea di benessere e di stabilità interna, sia sul piano difensivo che sul piano dell’approvvigionamento di risorse. Sotto le Presidenze precedenti in tali regioni era cresciuta l’influenza economica dei BRICS, che ne hanno condizionato elezioni e linea strategica. Nel 2023 tutto il Sud e Mesoamerica, salvo qualche eccezione, aveva leadership filo-cinesi, perlopiù di matrice progressista o socialcomunista.

Ad oggi il trend si è invertito, con il solo Brasile di Lula e pochi altri a guardare con favore a future intese con Pechino. 

Persino la Colombia, che nelle prime battute dell’intervento americano in Venezuela gridava tuoni e fulmini, sembra star tornando quietamente sui suoi passi.

Riportare Caracas nell’ovile a stelle e strisce è stata una delle azioni più prevedibili dell’intero secondo mandato trumpiano. Già ipotizzata, secondo esperti, dalle Amministrazioni precedenti, non fu mai attuata a causa delle scelte di rapporti di forza delle stesse con la Cina, in un legame rapporto di assertività della mutua diffidenza. 

Con Trump si riapre la stagione di sfida aperta tra l’aquila del Nordamerica e il dragone della Città Proibita. 

Un messaggio chiaro a Vladimir Putin

Il Cremlino ha naturalmente condannato l’azione americana e ha manifestato la propria indignazione invitando a rispettare il diritto internazionale.

Verrebbe da ridere se non fosse che la situazione è di una serietà assoluta. 

Putin, che ha trovato in Trump un uomo disposto, per ragioni di puro calcolo ed equilibri geopolitici, a trattare sui territori contesi nel Donbass una qualche forma di pace, vede ora cadere uno dei suoi principali alleati sul piano geopolitico.

Non è la prima volta che il dittatore russo perde un “amico”, di recente: Bashar al Assad si trova a scontare la fine dei suoi giorni in una magione moscovita, alla corte dello Zar, nel fasto di un esilio dorato. La Siria è nelle mani di gruppi eterogenei che cercano la normalizzazione con l’Occidente e con Israele. La Russia, pur mantenendo le proprie basi ad affaccio sul Mediterraneo, vede grandemente ridimensionata la propria influenza nella regione mediorientale. 

Adesso che il regime di Caracas si avvia verso un nuovo corso di posizionamento geostrategico (e forse anche istituzionale) Putin è messo alle strette: il segnale di pressione è chiaro, Trump non scherza. Vuole una pace, ed è disposto a colpire gli alleati dei BRICS (di cui Mosca fa parte) in giro per il mondo, ad ogni costo, dovunque essi siano. Rimettendo in chiaro i rapporti di forza.

Una nave della flotta ombra russa, che si riforniva dal Venezuela, ha subito un’intercettazione, la settimana scorsa, da parte della Marina statunitense.

La vicenda della petroliera Olina, che ha fatto mobilitare i sommergibili di Mosca nell’Atlantico, è l’ennesima prova di forza che dimostra come il rapporto tra il Tycoon e Putin sia tutto fuorché armonico: i due leader si parlano, si rispettano, ma non si amano. Non hanno interessi comuni, non c’è nessun manovratore straniero alla Casa Bianca. Trump ha per anni, durante il suo primo mandato, armato e foraggiato l’Ucraina, preparandola di fatto a un eventuale conflitto.

Ciò dovrebbe bastare a distruggere qualsiasi tesi complottista di legami loschi tra i due leader. Si tratta di fantasie basate su vecchie suggestioni ampiamente smentite dalla storia.

The Donald agisce per tutelare l’interesse nazionale americano. Fa esattamente ciò che i suoi predecessori, Biden in primis, non hanno fatto. 

Se deve rapportarsi con l’omologo russo lo fa, ma non è un ingenuo. Al netto di mille difetti una certa dose di pragmatismo annovera tra le sue qualità. 

Urlato, probabilmente esagerato nel suo rapportarsi con la stampa e con l’elettorato. Tuttavia è lucido in ciò che fa, nel suo apparire imprevedibile un disegno c’è e va profilandosi, al netto delle implicazioni morali che ciò possa avere, dello stile discutibile e della linea economica populista. Naturale che la stampa mainstream occidentale, nel dipingerlo per mesi come un’incompetenze, ha dovuto ricorrere ora all’archetipo del pazzo scriteriato. Più semplice seguire narrazioni che osservare gli eventi in maniera critica, tradizionalmente. Ciò vale in Europa come oltreoceano, dove chiunque accusa Trump di aver dato “legittimità morale alla guerra di Putin”. 

Nessuno di costoro sembra capire che decenni di inazione americana e di disimpegno sostanziale dai teatri internazionali sono proprio ciò che ha portato il Cremlino a invadere l’Ucraina nel 2022, dopo aver osservato il ritiro impietoso dall’Afghanistan nell’estate 2021, sotto l’Amministrazione Biden.

Prima ancora nel 2014, laddove il Presidente Obama non seppe in alcun modo garantire forme di deterrenza in seguito all’annessione fulminea della Crimea e all’occupazione delle regioni di confine del Donbass. Ora, per chiunque se lo stesse chiedendo, le cose a Washington sono cambiate.

Un duro colpo al nuovo Asse del Male: ora tocca all’Iran

C’è un pattern che caratterizza la storia delle relazioni internazionali, da almeno 15 anni a questa parte: democrazie occidentali sotto attacco e sotto stress da parte di regimi autoritari che, dopo anni di falsa normalizzazione, hanno rialzato la cresta. 

Potenze con interessi diversi ma con un punto in comune, ossia affermare la propria forza sulle regioni di appartenenza, in una fase di neocolonialismo del XXI secolo

Le principali aree di scontro di tale guerra ibrida a bassa intensità sono l’Africa subsahariana, il Medioriente, il sudest asiatico (con Taiwan che resta una zona caldissima) e il fronte ucraino nell’Europa Orientale. Dal 3 gennaio l’America Latina esce da questa lista, dato che lì la partita la stanno vincendo ampiamente gli Stati Uniti.

L’Iran degli Ayatollah, che in questi giorni è scosso nelle fondamenta dalle proteste di giovani secolarizzati che vogliono cambiare le cose, sarà la prossima scacchiera sulla quale muovere le pedine del potere mondiale.

I Pasdaran hanno perso un asset fondamentale legato al cosiddetto Asse della Resistenza” in Sudamerica. Da Caracas e non solo, tramite la vendita e lo smercio illegale di sostanze stupefacenti, provenivano fondi occulti per armare movimenti come Hezbollah, proxy fondamentale nella strategia della “resistenza antisionista” di accerchiamento e indebolimento dello Stato d’Israele. Khamenei dai suoi bunker lancia messaggi concitati mentre le sue milizie massacrano i manifestanti, ordina rappresaglie, promette vendetta e ira sugli infedeli di tutto il mondo.

Sa perfettamente che il suo paese è destabilizzato in maniera molto grave dal Mossad e dalla CIA in uno sforzo comune per decapitare la sua leadership e per far ritornare lo Scià sul trono. 

Se nel giugno del 2025, quando l’Iran ha ingaggiato un tremendo ed epocale scontro missilistico con Israele, sono apparse le prime crepe nel sistema di potere khomeinista, allora si parlava ancora della sua capacità di nuocere soprattutto in termini commerciali. Il gigante mediorientale infatti, grandissimo produttore di greggio, con la minacciata chiusura degli stretti di Hormuz si trovava nella condizione di gettare i semi per una nuova crisi energetica globale. Sta in ciò, fondamentalmente, la ragione dietro al mancato crollo del regime degli Ayatollah di questa estate. Trump si sarebbe fatto spaventare e avrebbe reputato eccessivamente costoso spingere il piede sull’acceleratore in tale fronte. Al netto dell’Operazione Martello di Mezzanotte, che comunque ha lanciato un segnale durissimo, anche a Russia e Cina.

Ora tutto è cambiato. Gli Stati Uniti, entrando in possesso delle più grandi riserve petrolifere del mondo, quelle venezuelane, hanno reso vano o comunque ridimensionato terribilmente lo strumento di ricatto di Teheran, che non può più far schizzare il prezzo del petrolio in maniera arbitraria.

Casualmente le sommosse, partite il 28 dicembre a causa del malcontento generale verso le fallimentari politiche economiche di stampo socialista e dirigista del governo, sono esplose nella loro forma più violenta proprio a ridosso dell’avventura venezuelana. Strana coincidenza temporale.

Se i giovani iraniani nelle piazze dovessero mettere in seria difficoltà la tenuta del regime esso non potrebbe più ricorrere a strumenti convenzionali di deterrenza verso nemici esterni che non vadano oltre le minacce apocalittiche di annientamento verso lo Stato ebraico.

Laddove tale ipotesi dovesse incorrere non si esclude niente, a cominciare da una resa dei conti definitiva con Gerusalemme.

Nella strategia del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu l’obiettivo di rimozione della minaccia esistenziale, più o meno fattuale, costituita dal gigante sciita, è fondamentale, anche per riacquisire consensi in patria prima delle elezioni della Knesset che si terranno quest’anno. 

Bibi sa perfettamente che non può agire in maniera troppo avventata senza l’assenso statunitense, che però nel disegno finale di Trump parrebbe profilarsi. Se gli analisti escludono un intervento massiccio di forze americane, che farebbe sprofondare il Tycoon anche nella base MAGA, contraria a qualsiasi grosso dispiegamento militare estero, una vittoria-lampo di tipo interno sarebbe l’ideale. 

Ridisegnando, in maniera inequivocabile, gli assetti politici del Medioriente e del mondo. 

Si profila un’epoca di schermaglie reciproche, di tensioni crescenti, di reciproche pugnalate alle spalle. 

Un paradigma diverso da qualsiasi altro mai vissuto dall’umanità, in virtù del continuo e galoppante sviluppo tecnologico. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *