“Sono del governo, e sono qui per aiutare”.
Queste, come disse Ronald Reagan in un suo discorso alla nazione il 12 agosto 1986, sono le parole più terrificanti che una persona possa sentirsi dire. Lo Stato e il suo intervento regolatore sono visti, dai più qui in Europa e in particolare in Italia, come una manna dal cielo, come una panacea a qualsiasi problema. La classe politica italiana, specie quella successiva la Seconda Guerra Mondiale, ha sempre osteggiato l’autodisciplina e l’autodeterminazione dell’individuo. Egli è visto come immaturo, eterno incauto in balìa delle proprie passioni, incapace di dominarsi e di darsi una misura.
Delle cause di tale concezione, dal punto di vista sociale ed antropologico, si potrebbe stare a discutere per settimane: vent’anni di dittatura fascista in cui lo Stato sovrastava l’individuo? Forse. Lo strapotere del Clero e della concezione comunitaria della vita, a discapito dell’iniziativa privata e privatistica? Può darsi. La presenza della formazione politica comunista più grande dell’Europa Occidentale, la quale ha contribuito, nel bene e nel male, a gettare le basi della nostra vituperata Repubblica e della nostra altrettanto scialba carta costituzionale? Financo.
Che sia nero, bianco o rosso, il problema di questa penisola è sempre uno, e risponde al nome di collettivismo. Lo sprezzante impulso di considerare la massa, e non l’unità persona (e per esteso, la famiglia) come veicolo del vivere sociale.
Sulla base di questa concezione della realtà, che è fondativa di tutte le più grandi aberrazioni totalitarie del Novecento, è impossibile per il politico anche solo pensare che le persone, come agenti dotati di libero arbitrio, siano in grado di decidere per loro stessi, di stabilire in maniera autonoma, e a prescindere dalla morale, cosa sia meglio per sé nel rispetto della dignità altrui. No, ci deve essere lo Stato, con la sua mano visibile, a imporsi e a fissare dei limiti. Ciò vale per l’economia, per l’insegnamento scolastico, per il consumo di sostanze più o meno stupefacenti. E vale, naturalmente, anche per ciò che dei privati cittadini scelgono di fare, e come professione e, nel proprio intimo, tra le mura domestiche.
Chi si fa fautore di tali limitazioni avrà sempre una giustificazione, anche comprensibile sulla carta: nel caso del divieto della prostituzione legale dirà che è per contenere l’immoralità, per tutelare le famiglie e per contrastare le malattie veneree. Nel caso del proibizionismo in materia della cannabis e di altre sostanze stupefacenti affermerà di farlo per salvaguardare la società dalla tossicodipendenza.
Ed è così, anche laddove si decide di mettere un blocco all’accesso ai siti pornografici in mancanza di documentazione, al fine di tutelare i minori. Oppure in presenza di un obbligo di registrazione presso un albo redatto dall’AGCOM nei riguardi degli influencer sui social media, allo scopo di “tutelare la buona informazione online ed evitare la diffusione di notizie false o fuorvianti”.
Ci pensa lo Stato

I minori sono ipersessualizzati, esposti al ludibrio online e bruciano le tappe prima del tempo? Semplice! Ci pensa lo Stato a restringere l’accesso ai siti pornografici. Non importa se questo si tradurrà in un vantaggio per pagine pirata piene di virus. Il tutto a discapito di quelle che già si attengono alle regole nazionali sulla diffusione di materiale sensibile.
A chi può interessare se l’identità digitale di chi, maggiorenne, capace di intendere e di volere e nel pieno delle proprie capacità, sarà esposta a rischi laddove portare la documentazione richiede un costo in termini di tempo?
Alle persone che fanno professioni “tradizionali” dà fastidio che un ragazzo o una ragazza che svolge una professione non convenzionale, almeno nell’ottica di una concezione analogica dell’economia, guadagni di più di loro?
Alle grandi testate dà noia che un influencer si presti a portare avanti una propria narrazione indipendente, basata sulle proprie evidenze e sulle proprie fonti, ritenuta dunque inaffidabile solo perché non iscritta all’albo?
Semplicissimo! Ci pensa lo Stato, rappresentato dall’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) a raccogliere tutti gli influencer d’Italia in un albo apposito. Essi saranno legati ad un relativo codice di condotta con una serie di sanzioni in cui incorrere nel caso di violazioni dello stesso.
A chi parla di argomenti “leggeri” ciò non toccherà più di tanto. Tuttavia chi fa informazione o divulgazione in modo indipendente, con il supporto digitale legato a social network, si troverà a dover scegliere tra la veicolazione di una notizia e il rispetto delle regole imposte dall’AGCOM.
Disposizioni che hanno una rigidità non indifferente, che sono molto incentrate sulla prevenzione dalle cosiddette “fake news”, o notizie non supportate dai fatti. Ma come si fa a stabilire, in un mondo come quello di oggi, in maniera matematica se una notizia è falsa oppure no? Se è fuorviata o non lo è? Si parla spesso di fact-checkers indipendenti. Ma chi lo è davvero? Come si fa a presupporre che una persona sia in grado di stabilire la veridicità e l’imparzialità di una notizia, garantendo al tempo stesso la propria?
La Cina è vicina?

Tutto ciò espone a rischi seri di violazioni della libertà di parola e di informazione chi non svolge, a livello professionale, il mestiere del giornalista. Con più di 500.000 follower o più di un milione di visualizzazioni mensili potranno essere emesse sanzioni verso chi viola le regole. Previste multe fino a 600.000 euro e possibilità di rimozione di contenuti.
C’è anche un tema di proporzionalità: come può, un cittadino, difendersi dalle stesse regole e dalle stesse disposizioni previste per gruppi editoriali e testate televisive? Non può farlo, di fatto.
Potrebbe essere, questo, il primo passo verso l’implementazione in Occidente di un sistema simile a quello cinese? Nella più grande dittatura del mondo, infatti, solo un numero risicato e autorizzato di persone può parlare di certe tematiche online. Se si ha una laurea si può parlare di medicina, altrimenti non si può fare. Se si è un esperti in conflitti internazionali si può parlare di Guerra a Gaza, altrimenti non si può fare.
Tale modello non sarebbe così ostile alle menti e ai cuori dei cittadini di questo paese, impauriti come sono dalla libera formulazione di idee esulante da una veicolazione esterna e scalpitanti nel trovare la parte “giusta” e la parte “sbagliata” in un mondo sempre più visto in maniera manichea e bi-cromatica.
Chi scrive non si sognerebbe mai di insinuare che i nostri bravi politicanti, di destra, sinistra e centro, siano mossi da tali subdoli intenti. Ma finché può qualche dubbio, legittimo, continua e continuerà a porselo.
